Videogiochi e Storytelling, foto Pixabay

Dagli anni ’90 si è deciso di puntare (con successo) sull’arte di raccontare i capolavori videoludici

Chiamatela per semplicità narrazione oppure arte del raccontare, quella che oggi gli addetti ai lavori identificano con il termine storytelling. Lo storytelling, scavando in profondità ma non troppo, sarebbe qualcosa in più rispetto al comunicare di tutti i giorni, perché avrebbe a che fare con quelle strategie di marketing che per essere vincenti devono sapere come persuadere il grande pubblico. Persuadere il grande pubblico, grazie soprattutto alla moderna tecnologia che continua inarrestabile il proprio corso (pensate ai social network), è possibile in più ambiti, anche in quello dei videogiochi. Detto banalmente, oggi un videogioco vende (e tanto) non solo se chi lo ha progettato è in grado di raccontarne le meraviglie ma anche se il videogioco stesso è dotato di uno storytelling straordinario. Se grafica e gameplay oggi sono importantissimi, forse lo è ancor di più la storia profonda di un capolavoro ludico raccontata attraverso filmati quasi reali. Il player di turno – ormai è ufficiale – si identifica con il proprio beniamino solo ed esclusivamente quando di lui conosce vita, morte e miracoli. Sapere quale sia il suo passato e verso quale futuro sceglie di tendere è insomma fondamentale. Tuttavia, va precisato prima di proseguire, storytelling e videogiochi formano un binomio perfetto relativamente giovane, nel senso che avrà sì e no una trentina di anni. Questo perché, come vedremo tra pochissimo, console storiche come NES non si sono interessate all’arte del raccontare, mai così in voga come in questi tempi videoludici moderni.

Dai capolavori NES a quelli dei giorni nostri: cosa è cambiato?

Se ci pensate un videogioco datato 1984 come Super Mario Bros in fondo non racconta nulla, se non la breve storia scritta su una paginetta del manuale di istruzioni allegato alla cartuccia 8bit. Questo perché a metà degli anni ’80 la maggior parte dei titoli NES di successo si focalizzava quasi esclusivamente sul gameplay piuttosto che sullo storytelling. Storytelling che iniziò a prendere piede, seppure in forma embrionale, circa 10 anni dopo con i primi GdR targati SNES. I dialoghi del fortunatissimo Chrono Trigger ne sono un esempio, ma anche quelli di capolavori meno conosciuti da parte del grande pubblico come Terranigma e Secret of Evermore non sono da meno. Certo questi primi esperimenti di tipo narrativo di stampo 16bit sono ben poca cosa se paragonati a quelli di colossi del gaming di oggi quali Heavy Rain e Beyond: Two Souls, che fanno della narrazione mediante filmati il loro punto di forza. A dire il vero sono ben poca cosa anche rispetto a quelli che hanno a che fare con le più importanti piattaforme ludiche presenti online, che hanno tanto da raccontare grazie a passatempi studiati al dettaglio e che al tempo stesso mettono a disposizione degli utenti i migliori bonus casinò in circolazione. Precisato questo si capisce meglio come Bioshock sia un successo mondiale (qui l’ambientazione in alta definizione coesiste con un apparato narrativo di notevolissima qualità) così come lo è Red Dead Redemption 2, che alla cura dei dettagli unisce uno storytelling che probabilmente non ha uguali. Giunti a questo punto noi ci chiediamo, e forse anche voi vi chiederete: lo storytelling nei prossimi anni a venire può determinare ancor più di adesso il successo di un prodotto videoludico? E se sì, in che modo?

Storytelling e realtà virtuale

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Storytelling e realtà virtuale

Forse è ancora presto, ma tra poco andrà quasi certamente instaurandosi un rapporto duraturo che coinvolgerà storytelling e realtà virtuale. Secondo noi l’utilizzo di quest’ultima aprirà nuovi orizzonti a quella che per semplicità a inizio articolo abbiamo definito arte del raccontare. Indossando i migliori visori VR in commercio, ogni player potrà fruire in prima persona della storia del suo videogioco preferito in un modo totalmente diverso rispetto al passato! Sì perché i protagonisti stavolta saremo noi per davvero, e non più il beniamino o l’eroe che quotidianamente impersoniamo a distanza. Se non siamo riusciti a rendervi l’idea, vi suggeriamo di attendere qualche anno ancora per capire meglio il significato di queste ultime righe conclusive che adesso appaiono alquanto sibilline.

Di Luca Talotta

Nasce in Calabria, cresce a Milano. Mezzadro del mestiere, si sente più blogger che giornalista. Una vita trascorsa a pane e calciomercato, segue tutti gli sport ma non ne pratica uno, teoria che ha accompagnato i più grandi giornalisti italiani. Che sia la strada giusta? Forse. Per ora si diletta a fare il giornalista. Con che risultati, decidete voi...

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