Olivier Panis ha vinto il GP di Monaco del 1996. Il momento più esaltante della sua lunga carriera, iniziata nel 1994 e conclusa nel 2004. In occasione del lancio della linea di bracciali X Monaco Gran Prix Signature Limited Edition (utilizzata uno pneumatico ufficiale proprio di quella gara del 1996, MONGRIP ha fatto visita al campione di Monaco 1996 per rispolverare speciali ricordi e soffermarsi anche sui nuovi talenti della Formula 1 moderna.
Oliver, lei ha vinto, nel 1996, il GP di Monaco. Quale è stato il primo pensiero che le è passato per la testa quando ha superato la linea del traguardo per primo? “Il primo pensiero che mi è passato per la mente quando ho superato il traguardo è stato un pensiero stupendo, ero incredulo perché vincere Monaco è qualcosa di eccezionale. Ho pensato a tutte le persone che mi hanno aiutato ad arrivare a quel momento, mia moglie, tutti gli sponsor… È stato davvero un momento fantastico”.
22 piloti alla partenza, solo tre giunti alla fine. Come è riuscito a portare la sua Ligier al traguardo? “Sicuramente è stata una gara molto difficile. Ci siamo dovuto fermare prima dell’inizio della gara. Le condizioni erano pessime, c’era tanta acqua. Ho cercato di fare del mio meglio. Siamo partiti in 22 e siamo arrivati in tre, anche perché, nell’ultimo giro, 4/5 piloti sono usciti di pista. È stato molto difficile non commettere errori ma è stato il mio giorno e così ho vinto la gara”.
Vincere a Monte Carlo rende immortali. Quante volte le ricapita di pensare a quella vittoria del 1996 e dove tiene il prezioso trofeo? “Il 1996 è un anno lontano nel tempo (ride, ndr) ma è stato qualcosa di molto speciale per tante persone. Nessuno si aspettava un vincitore francese su una monoposto francese. Per questo se lo ricordano bene. Tengo il trofeo a casa mia”.
Cosa le manca del mondo della Formula 1? “Soprattutto l’adrenalina, la performance della monoposto, la potenza del motore, lo spirito della squadra ma, ad un certo punto bisogna smettere. Non si può essere pilota di F1 per sempre”.
La Formula 1 è cambiata molto nel corso degli anni. Cosa rendeva la sua era così speciale? “Non sono semplici da confrontare le monoposto dei miei tempi con quelle di oggi. Allora era puro racing. La gara era come una qualifica di due ore e questo ci piaceva moltissimo. Le vetture pesavano molto e le performance erano incredibili. Il 2004 è stato l’anno più pazzesco come prestazioni delle monoposto”.
Lei ha guidato con grandissimi campioni: il più carismatico, il più talentuoso e il più divertente… “Quando ho iniziato nel 1994, l’unico pilota che mi ha dato il benvenuto in Formula 1 è stato Ayrton Senna. C’è stato poi Michael Schumacher, un caro amico e un iconico pilota. Anche Mika Hakkinen e David Coulthard li ricordo con piacere. Rubens Barrichello, invece, è stato il più divertente in assoluto. Dopo ogni gara, mi chiedeva di andare con lui a ballare la samba. Era davvero un ragazzo molto simpatico. Il più talentuoso? Non facile rispondere ma
sicuramente Michael Schumacher aveva un grande talento ma tutti quelli in pista avevano talento”.
C’è un pilota dell’era odierna che sarebbe stato perfetto quando correva lei? “Non ho dubbi: Max Verstappen. Ogni macchina gli danno da guidare, riesce a farla andare sempre veloce”.
Cosa ne pensa di Kimi Antonelli? Può diventare una leggenda al pari di Ayrton Senna o Michael Schumacher? “Difficile dire di no. Quello che ha realizzato ad oggi è incredibile. A 18 o 19 anni, è molto veloce, ha grande talento, in questo momento è il migliore. Io credo che possa diventare Campione del Mondo”.
Cosa le piace e cosa no della Formula 1 di oggi? “Adoro la Formula 1, è stato il mio sport. Per quelli della mia generazione non è facile comprendere le nuove regole con benzina ed elettrico ma, magari, per i giovani è tutto bellissimo”.
