MILANO INDUSTRIALE Jacopo IbelloMILANO INDUSTRIALE

Il nuovo libro di Jacopo Ibello racconta la Milano delle fabbriche e dell’energia: un patrimonio che ha costruito l’identità della città e che oggi torna al centro del dibattito culturale e turistico

Milano è spesso raccontata come capitale della moda, del design e della finanza. Ma prima di diventare il simbolo della creatività e dei servizi avanzati, la città è stata per oltre un secolo uno dei principali motori industriali del Paese. Una storia fatta di fabbriche, energia, innovazione e lavoro che ha plasmato il paesaggio urbano e l’identità sociale del territorio.

È proprio questa dimensione meno conosciuta della metropoli lombarda che emerge dalle pagine di Milano industriale, il volume pubblicato da Hoepli e firmato da Jacopo Ibello, autore, fotografo e studioso di turismo industriale. Il libro — 256 pagine corredate da schede e riferimenti geografici — propone un itinerario attraverso luoghi simbolo della produzione milanese e dell’hinterland: stabilimenti storici, quartieri operai, centrali elettriche e siti oggi trasformati in spazi culturali o rimasti sospesi tra memoria e futuro.

Il volume nasce da un lavoro di censimento e da numerose visite sul campo condotte dall’autore, che negli anni ha catalogato un patrimonio industriale vasto ed eterogeneo: dal tessile alla siderurgia, dall’energia alla chimica, fino alle distillerie e agli stabilimenti alimentari. Un viaggio che parte dalle prime fabbriche sorte appena fuori dalle mura spagnole e segue gli assi produttivi verso Sesto San Giovanni, l’Alto Milanese e la valle dell’Adda, dove acqua ed elettricità hanno alimentato la crescita industriale.

Accanto ai casi di rigenerazione urbana — come l’area Tortona diventata polo del design — il libro racconta anche le grandi aree industriali ancora in attesa di una nuova vita, come la Falck di Sesto San Giovanni o la SNIA Viscosa di Varedo. Un patrimonio che, secondo Ibello, merita di essere valorizzato non solo come spazio da trasformare ma come memoria viva della città del lavoro.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

«Riscoprire la Milano delle fabbriche significa capire la città di oggi»

Nel suo libro lei racconta una Milano che per oltre un secolo è stata capitale industriale del Paese. Oggi che l’immaginario collettivo associa la città alla finanza, al design e alla moda, quanto è importante riscoprire le radici produttive che hanno costruito l’identità milanese?

«L’idea del libro è stata proprio dell’editore Hoepli, che ogni anno realizza monografie dedicate alla città di Milano. Mi hanno contattato per realizzare questo volume e abbiamo scelto di costruire un viaggio diviso in zone tra Milano e l’hinterland dove si possono ancora ammirare architetture protagoniste dello sviluppo industriale della città. Non sempre si tratta di luoghi in disuso: molti sono ancora visibili e accessibili. Nel libro ci sono schede con riferimenti geografici per permettere ai lettori di vedere dal vero gli edifici, e in alcuni casi anche visitarli se sono diventati musei o spazi aperti al pubblico. Naturalmente non potevano mancare alcuni giganti ormai dismessi, come la Falck o la SNIA Viscosa di Varedo. Sono luoghi che non si possono ignorare e che mostrano quanto lavoro di rigenerazione resti ancora da fare».

I luoghi simbolo dell’epopea industriale milanese

Dai primi stabilimenti oltre le mura spagnole fino agli assi produttivi verso Sesto San Giovanni e la valle dell’Adda, emerge una geografia precisa della Milano industriale. Se dovesse indicare tre luoghi simbolo che raccontano meglio di altri questa epopea, quali sceglierebbe e perché?

«Sicuramente l’area Falck di Sesto San Giovanni, ancora in stato di abbandono ma composta da edifici talmente grandi da essere impressionanti. Anche il villaggio dei dipendenti Falck è un luogo che si può esplorare e racconta bene la storia della cosiddetta “Stalingrado d’Italia”. Poi c’è la zona Pirelli-Breda: qui troviamo la Fondazione Pirelli, la torre di raffreddamento e l’Hangar Bicocca, che originariamente erano capannoni della Breda. Il libro però vuole dare anche l’idea di una Milano allargata: per esempio Crespi d’Adda e la valle dell’Adda con le centrali idroelettriche nate per fornire energia alla città. Infine c’è Volandia, vicino a Malpensa, che occupa le officine Caproni di Vizzola Ticino».

Quando la fabbrica modellava il territorio

Il libro nasce anche da un lavoro di censimento e da visite sul campo. Che cosa l’ha colpita di più entrando in queste fabbriche – alcune rigenerate, altre abbandonate – e quale sensazione si prova davanti a spazi come l’area Falck o la ex SNIA, ancora sospesi tra passato e futuro?

«Sono sempre stato affascinato da come si fanno le cose e dai luoghi da cui nascono. Mi è sempre piaciuta la geografia e il territorio, e le fabbriche non nascono mai in un luogo per caso: dietro c’è sempre una scelta precisa. La fabbrica modella il paesaggio. Quando entri in questi spazi, soprattutto in quelli più grandi, è inevitabile immaginare come fossero quando erano pieni di lavoro e di persone. Le fabbriche sono stati luoghi in cui classi sociali diverse si sono incontrate per la prima volta, a volte in conflitto, a volte in collaborazione. È lì che si è formata gran parte della società moderna che conosciamo oggi».

Rigenerazione urbana e memoria del lavoro

Milano è spesso citata come modello di rigenerazione urbana, basti pensare al quartiere Tortona. Ma quanto è sottile il confine tra recupero e cancellazione della memoria industriale? La città sta facendo abbastanza per conservare la propria identità produttiva?

«Recupero e memoria non sono in contraddizione, ma a Milano spesso la valorizzazione industriale è arrivata tardi. Nel libro scrivo che la città non è un vero modello di rigenerazione urbana per il patrimonio industriale. Il fenomeno è iniziato soprattutto dopo Expo, mentre altre città industriali — come Torino — lavorano su questo patrimonio da decenni. Nello stesso territorio della valle Olona, ad esempio, ci sono stati casi di riqualificazione già negli anni Novanta.

A Milano invece si è intervenuti più tardi. Ci sono esempi interessanti, come le cartiere Binda rigenerate con nuovi spazi residenziali e commerciali ma con elementi storici ancora visibili: statue dei proprietari, orologi che regolavano i turni, targhe aziendali. In altri casi, come le officine Borletti dietro via Washington, gli interventi sono stati più pesanti e hanno cancellato quasi ogni traccia storica. Ogni progetto fa storia a sé, ma in Italia manca ancora una visione condivisa del patrimonio industriale come eredità culturale».

Il turismo industriale come nuova opportunità per Milano

Crede che Milano possa diventare una meta strutturata anche sotto questo profilo, magari valorizzando non solo le fabbriche riconvertite ma anche centrali, sottostazioni e siti produttivi ancora attivi?

«Il turismo industriale esiste già e Milano potrebbe diventare un punto di riferimento. La città ha luoghi importanti, musei d’impresa e spazi come l’ex Ansaldo dove oggi si realizzano le scenografie della Scala. Potrebbe aggiungere un’altra freccia al suo arco nella valorizzazione turistica. In passato il portale Yes Milano aveva anche un itinerario dedicato all’archeologia industriale, poi rimosso. Evidentemente qualcuno aveva colto l’interesse per questo tipo di turismo. Oggi il mio libro è di fatto l’unica guida dedicata al patrimonio industriale milanese e può essere uno strumento utile per riscoprirlo».

Il racconto di Ibello restituisce così una Milano meno celebrata ma fondamentale per capire la città contemporanea. Dietro i grattacieli e i quartieri creativi restano infatti le tracce di una lunga stagione produttiva che ha trasformato il capoluogo lombardo nella “città del lavoro” evocata nella prefazione del volume. Un’eredità che continua a vivere nei capannoni riconvertiti, nei musei d’impresa e nelle grandi fabbriche abbandonate che ancora punteggiano il territorio.

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