gomito del tennista
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Fare sport con continuità è certamente importante per mantenere in forma il nostro fisico. Ognuno ha la possibilità di scegliere non solo quale sia la disciplina che preferisce, ma anche quella che ritiene più adatta per migliorare una specifica parte del proprio fisico.

Il tennis è finora in grado di unire le preferenze di un pubblico variegato, senza distinzioni di sesso o di età e permette di fare uno sforzo fisico non indifferente durante una partita. I possibili infortuni possono essere però dietro l’angolo. Uno dei casi più diffusi è il cosiddetto “gomito del tennista“, un’infiammazione che può colpire una parte del braccio non solo negli sportivi ma anche in chi fa un’attività quotidiana che richiede di utilizzarlo per diverse ore.

Chi si trova in questa situazione non dovrebbe quindi sottovalutare ogni eventuale segnale di allarme.

Gomito del tennista: cos’è e quando preoccuparsi

Ora che le restrizioni si stanno progressivamente allentando durante il periodo di lockdown sono in tanti ad averne approfittato per riprendere il filo interrotto con la propria attività sportiva. Qualche problema potrebbe sorgere con gli sport di gruppo, mentre tutto diventa più semplice con il tennis, utile per avere un ottimo tono muscolare, oltre che per allenare la mente.

Anche in questo caso gli infortuni possono essere un “rischio del mestiere” da mettere in conto. Uno dei fastidi più diffusi prende proprio il nome di “gomito del tennista“, un’infiammazione dolorosa dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito, il cui nome scientifico è epicondilite.

A spiegare meglio in cosa consiste è il dottor Roberto Leo,
responsabile della Struttura Semplice di Chirurgia di gomito e spalla dell’ASST Gaetano Pini-CTO, che vanta una lunga esperienza nel CONI: “La natura di questa infiammazione è da ricercarsi nel carico funzionale costante e dell’usura dei tendini dovuto al ripetersi di gesti ad alto impatto
meccanico, come avviene per i tennisti quando devono colpire la palla. Si tratta però di una patologia che può colpire alcune categorie professionali che sottopongono i tendini a sovraccarico, come gli operai delle catene di montaggio, gli operatori edili, ecc. provocando lo scompaginamento della struttura delle fibre e un processo di infiammazione cronico: è come se il
tendine si fosse rotto, ma non lo è
“.

Avere piena consapevolezza dell’entità di questo problema può essere utile per riconoscerlo tempestivamente e intervenire prima che la situazione possa degenerare: “Ci si deve preoccupare quando si percepisce il fastidio al gomito anche a freddo. Sarà poi la visita di uno specialista
ortopedico o fisiatra a stabilire se si tratta di questa patologia e a valutarne il grado di gravità
” – ha detto ancora De Leo.

Gomito del tennista: quali sono i possibili rimedi

Se si pensa di avere i sintomi tipici del gomito del tennista sarebbe bene rivolgersi a uno specialista per saperne di più e ricevere così una diagnosi certa. De Leo ha voluto così indicare quale sia il percorso più congeniale: “L’ortopedico può sottoporre innanzitutto il paziente a una terapia che serva a ridurre i livelli di infiammazione. È utile sottoporsi sin da subito alla crioterapia, ossia banalmente raccomandando l’uso del ghiaccio localmente. Possono poi essere prescritte anche terapie fisiche come le onde
d’urto focali
, la Tecarterapia che sfrutta un campo magnetico, la laser terapia o la fisioterapia intesa come adeguata terapia manuale di supporto eseguita da un terapista della riabilitazione. A proposito di fisioterapia, è importante che gli sportivi a livello agonistico, come avviene ai Giochi
olimpici, siano costantemente seguiti da un terapista della riabilitazione per tenere l’infiammazione sotto la soglia ed evitare che il tendine si scompagini
“.

Chi teme che sia inevitabile dover finire sotto i ferri può comunque stare tranquillo. Certamente è un’ipotesi che non è possibile escludere a priori, ma che diventa necessaria solo se la sofferenza dura ormai da tempo: “L’intervento deve essere la cosiddetta “ultima spiaggia”, quando tutte le possibili terapie hanno fallito – sono le parole del medico – . Il primo livello di intervento avviene mediante l’infiltrazione di fattori di crescita, derivati dal sangue o dal grasso sottocutaneo. Essi stimolano le cellule tendinee in senso riparativo inducendo in questo modo un processo naturale, perché il nostro corpo è spesso in grado di ‘ripararsi’ autonomamente, come avviene con i tagli sulla cute, per esempio. Il secondo livello di intervento consiste nell’intervento chirurgico vero e proprio nel quale si “rivitalizza” la zona dell’osso sul quale i tendini sofferenti si agganciano; in tal modo il micro sanguinamento locale che si produce, stimola al massimo livello i processi di riparazione spontanea dei tendini”.

Anche per chi è un tennista solamente a livello amatoriale la voglia di tornare in campo può essere fortissima proprio perché solo così ci si può rendere conto se il dolore sia ormai un’esperienza passata. Difficile però indicare una tempistica precisa per la ripresa post intervento: “Molto dipende dall’età del paziente e dalle sue condizioni di salute generali. Più il soggetto è giovane, minore sarà il tempo di ripresa. Serve comunque almeno un mese di riposo per tornare alle attività della vita quotidiana e dai tre ai sei mesi di stop per tornare a fare sport” – ha concluso.