Drogheria Radrizzani
Drogheria Radrizzani

La macchina dei ricordi, quella che ti riporta alla mente Enzo Jannacci e il suo rum, Milva e la sua spesa al telefono, l’italiano emigrato in Australia che ogni anno ti chiede panettone e leccornie varie; ma anche le due guerre mondiali e questa terza che si sta combattendo contro un virus maledetto: “E vinceremo anche questa”. Ne è sicuro Emilio Radrizzani, giovane aitante bottegaio sul quale gravita il peso di 110 anni di attività di una delle drogherie più antiche di tutta Milano.

Emilio Radrizzani, ci racconta un po’ la storia di questa bottega? 

“Siamo andati in Camera di Commercio a cercare date precise, ma non ne abbiamo trovate. Abbiamo visto, però, che il fondatore della drogheria, Camillo Robbiani, iscrisse la sua attività l’1 gennaio 1910”.

Dai Robbiani ai Radrizzani… 

“Nel 1940 mio nonno, Gaspare Radrizzani, acquistò la bottega da Robbiani che andava in pensione. Negli anni è passata poi di mano prima a mio papà Gianfausto e ora a me”.

Nella locandina celebrativa si legge “110 anni di famiglia”: cosa significa?

“Qui lavoriamo in 15, compresi me e mia moglie. Ci piace chiamarla bottega anche se è una vera e propria impresa commerciale. Ma bottega fa capire anche lo spirito con il quale lavoriamo. Io so tutto di loro, loro tutto di me. Un meccanismo che funziona a meraviglia”.

Emilio Radrizzani
Emilio Radrizzani

Tipo? 

“C’è gente che è con noi da 30/35 anni; l’anno scorso, ad esempio, è andato in pensione Kidane, un eritreo che aveva 19 anni quando aveva bussato alla porta di mio papà. Uno dei primi eritrei in Italia, scappato perché c’era la guerra civile nel suo paese. Era un clandestino al tempo”.

Cosa successe con Kidane?

“Disse a mio papà ‘Ho bisogno di mangiare, vengo a lavorare gratis in cambio solo di cibo’. Lo tenemmo con noi due mesi, poi mio papà l’aiutò con le pratiche per l’assunzione. È andato in pensione l’anno scorso, questa è la famiglia della Drogheria Radrizzani”.

E non è un caso isolato…

“Renante è arrivato da noi 30 anni dalle Filippine, oggi ne ha 62 anni. Pranziamo insieme, spesso con piatti etnici; siamo noi i veri United Colors of Radrizzani, c’è chi è arrivato anni dopo rispetto a noi con la sua campagna di comunicazione (ride, ndr)”. 

Una grande comunità, merito di papà e nonno?

“Esatto. Ci vogliamo tutti bene; certo i problemi ci sono sempre, come dappertutto. Ma siccome mio padre era un uomo di cuore, io vorrei diventare come lui”.

Drogheria Radrizzani
Drogheria Radrizzani

Com’è cambiato il modo di lavorare? 

“E’ stato stravolto, ma basta rimanere al passo con i tempi”.

Ad esempio?

“Mio nonno è stata una mente innovativa nel mondo del commercio milanese. In guerra la nostra zona venne totalmente bombardata, nel dopoguerra venne ricostruito tutto. E mio nonno decise di fare qualcosa di innovativo, chiedendo ad uno studio di architettura importante come Pagani e Viganò di pensare qualcosa di diverso”.

Cosa successe?

“Nacque il negozio con gli scaffali. Prima invece entravi, chiedevi lo zucchero e il droghiere apriva gli armadi, non era tutto in vista. Ancora oggi ci sono studenti di architettura che vengono qui perché la nostra storia è finita spesso in alcune tesi di laurea universitaria”.

Un visionario insomma…

“Esatto. Senza dimenticare che aveva l’idea di avere al fianco dei generi di prima necessità, anche cose particolari. Nel dopoguerra nella nostra drogheria c’era una bottiglia di champagne, una delle poche che erano presenti in tutta Milano”.

Generi di prima necessità e cose particolari: è ancor oggi così?

“Certamente. Rimaniamo fedeli alla filosofia delle tre C di papà: il meglio del cibo, vale a dire il caviale; del bere, lo champagne, e del pulito, la candeggina”.

Com’è stato il lockdown per voi?

“Non ci ha stravolto il modo di lavorare, perché il delivery l’abbiamo sempre avuto come servizio, la zona lo richiede. Tutti i giorni abbiamo due camion che girano perla città. In pieno lockdown abbiamo cercato di privilegiare situazioni difficili, tipo gli anziani o i contagiati; ma chiaramente non siamo riusciti a stare dietro a tutte le richieste”.

Cioè?

“Dovevamo staccare il telefono per le troppe consegne, perché potevamo farne al massimo 50/60 al giorno. Guadagni? Non elevatissimi, perché chiaramente la gente privilegiava i generi di prima necessità. Abbiamo lavorato di più, ma il fatturato è in calo”.

Ha rivisto queste persone passato il lockdown?

“No. Infatti l’amarezza ma non è per il business ma per non averli più sentiti”.

La consegna più bizzarra e lontana?

“In Australia. Ogni anno un italiano che ha un’azienda lì organizza un container con pasta, pomodori, panettone e vino, pacchi regalo per i suoi dipendenti”. 

E i vip?

“Di qui ne sono passati davvero tanti, tra calciatori, attori, musicisti e cosi via”.

Uno che ricorda con particolarità?

Enzo Jannacci. Entrava nel negozio, prendeva una bottiglia di rum e mi diceva ‘Mi raccomando, non lo dica al mio medico però’. E poi c’era Milva, che faceva la spesa al telefono e poi veniva a ritirarla di persona”.

Oggi invece si parla solo di manifestanti per strada…

“La rabbia c’è, è chiaro. I colleghi della ristorazione sono importanti anche per noi ed è giusto far sentire la propria voce. Ma deve esserci anche la consapevolezza che certe cose non si possono fare. Durante l’estate ci siamo presi qualche libertà e in cattiva luce ci è finita una categoria precisa. Che, forse, non ha saputo autogestirsi e spesso si è presa forse troppe libertà”.

E il domani? 

“Io sono sempre positivo, come nonno e papà; la nostra bottega ha superato due guerre mondiali e questa terza, ci siamo sempre risollevati e lo faremo anche questa volta. Il mio sogno è avere clienti che ci vogliono bene, ma soprattutto che possano venire da noi anche solo per il piacere di salutarci e scambiare de chiacchiere. Anche questa è l’anima di una bottega”.