L’articolo 9 del Decreto Dignità è destinato a far discutere per ancora molto tempo, il suo impatto non ha avuto una eco mediatica come altri punti della medesima legge ma presto o tardi porterà degli effetti economici, verosimilmente negativi, in un settore da 100 miliardi di fatturato. Se la polemica degli addetti ai lavori non è ancora balzata agli onori delle prime pagine nazionali c’è da scommettere che qualche attenzione in più sarà riservata in futuro, con il crescendo delle conseguenze del decreto legge.

Lo scontro sull’articolo 9 del Decreto

Per il momento possiamo dividere così, quasi alla buona, le posizioni in campo: da una parte c’è il governo pentastellato impersonificato nella figura di Luigi Di Maio, vicepremier e Ministro dello Sviluppo Economico, colui che maggiormente ha voluto il decreto e che difende la stangata data al gioco d’azzardo vietandone la pubblicità. Egli ritiene che il provvedimento limiti la nascita di nuovi giocatori, remi contro la ludopatia e sia destinato a dettare un abbassamento dei flussi di gioco, legale e contestualmente illegale.

 Dalla parte opposta ci sono gli addetti ai lavori che Di Maio semplifica apostrofando come “la lobby del gioco” ma che in realtà comprendono anche tante attività che non gestiscono sistemi di scommesse e allibramento. Questi ultimi sostengono che la pubblicità sia un mezzo utile a distinguere il gioco legale da quello illecito, che quest’ultimo vedrà aumentare i suoi avventori grazie al Dl e che la nuove legge, in sostanza, sia una sorta di spot elettorale, prodotto da una visione poco organica delle reali problematiche del mondo del gioco.

Prima di procedere, riassumiamo brevemente quanto contenuto nell’articolo 9 della legge 96/2018 pubblicata in gazzetta Ufficiale lo scorso 11 agosto.

Cosa contiene il Decreto Dignità?

La parte riguardante l’industria del gioco, ergo l’articolo 9, prevede:

  • il divieto di ogni pubblicità o sponsorizzazione per gioco o scommesse. Riguardo la pubblicità, i contratti stipulati entro il 14 luglio 2018 avranno valore sino a un anno dalla stipula e faranno fede alle norme previgenti. Riguardo le sponsorizzazioni, i contratti stipulati entro il 14 luglio 2018 cesseranno in ogni caso la loro validità entro il 1° gennaio 2019;
  • l’obbligo di sostituzione del termine “ludopatia” con il più chiaro “disturbo da gioco d’azzardo”
  • l’innalzamento graduale del PREU (prelievo erariale unico) nel prossimo lustro;
  • l’obbligo di sostituzione dei vecchi videopoker e slot machine con nuovi modelli dotati di lettore per tessera sanitaria entro il 1° gennaio 2019.

La violazione dei divieti su pubblicità e sponsorizzazione comporterà una sanzione pecuniaria pari al 20% dell’accordo stipulato e comunque non inferiore a 50mila euro. Ora vediamo, in ordine, chi sarà colpito prima dal decreto e quali sono le posizioni di chi si trova in disaccordo.

Lo sport manifesta i suoi dubbi sulla legge 96/18

Saranno loro i primi a “soffrire” per il Decreto Dignità: le società sportive professionistiche. Ormai le loro prestazioni sono il pane per gli operatori di gioco più importanti del settore che aggiornano continuamente i loro palinsesti di scommesse sportive sui futuri incontri e tornei. Lo sport nell’azzardo vale quasi 10 miliardi di euro e le stime per il 2018 annunciano risultati ancor più interessanti.

Per questo alle 11 squadre (su 20) della Lega Serie A non è piaciuto dover rinunciare ai contratti di sponsorizzazione che avevano con i betting partner e che decadranno dal 2019. Per questo le società hanno già fatto sentire la loro voce inviando un comunicato congiunto con altre leghe sportive italiane che comincia così:

In merito alla conversione in legge del decreto n.87 del 2018 (c.d. Decreto Dignità), Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Basket e Lega Pallavolo Serie A Maschile e Femminile esprimono unanimemente la propria preoccupazione sull’impatto che il divieto di pubblicità e sponsorizzazioni per giochi e scommesse con vincite in denaro avrà sulle risorse dello sport italiano, professionistico e amatoriale e chiedono di essere coinvolti nel processo di riordino del settore del gioco d’azzardo”.

Non c’è pace per i piccoli esercenti

È da anni che i gestori locali o proprietari di locali che hanno installato apparecchi di gioco lamentano una sorta di vessazione nei loro confronti. I comuni hanno avuto libertà di manovra nel definire la distanza che questi esercizi devono avere rispetto a luoghi sensibili come scuole, ospedali e chiese. Ognuno ha optato per soluzioni diverse così come per gli orari di apertura e chiusura cui possono tener fede queste attività, un vero e proprio “patchwork legislativo” che non vedrà uniformità con il Decreto Dignità, bensì solo un ulteriore onere che è l’installazione del lettore per tessera sanitaria sugli apparecchi entro il 2020.

Sistema Gioco Italia e la sua controproposta

Un po’ per provocare una reazione, un po’ per cercare una mediazione, Sistema Gioco Italia (associazione di operatori del settore affiliata a Confindustria) ha provato a rilanciare 10 proposte/idee per compendiare e modificare l’articolo 9 del Dl. Uniformare il distanziometro per i locali di gioco e la comunicazione di prossimità di questi ultimi, modificare la formula di prelievo erariale, non abolire ma regolamentare la pubblicità e rilanciare il settore del bingo e quello dell’ippica.

Soprattutto, istanza sostenuta da tutti i detrattori del decreto, la richiesta è che il governo riapra i canali di dialogo con gli addetti ai lavori così da poter collaborare seriamente al rilancio e alla regolamentazione del settore.

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Nasce in Calabria, cresce a Milano. Mezzadro del mestiere, si sente più blogger che giornalista. Una vita trascorsa a pane e calciomercato, segue tutti gli sport ma non ne pratica uno, teoria che ha accompagnato i più grandi giornalisti italiani. Che sia la strada giusta? Forse. Per ora si diletta a fare il giornalista. Con che risultati, decidete voi...