Martin Scorsese: 73 anni di intuizioni

Martin Scorsese: 73 anni di intuizioni

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“Non c’è una cosa che sia semplice. Semplice è difficile”

L’industria cinematografica di Hollywood costituisce un punto di riferimento per il mondo intero. Anche le produzioni e gli attori italiani, pur con una tradizione prestigiosa, traggono spesso e volentieri ispirazione dai capolavori a stelle e strisce, realizzati da icone quali Martin Scorsese.

LA SOLITARIA ADOLESCENZA – Nato il 17 novembre 1942 nel Queens, distretto di New York, si trasferisce a Manhattan assieme alla famiglia, a causa di alcuni contrasti col proprietario della casa dove vivono in affitto, ma non trascorre una felice giovinezza. L’asma e la minuta stazza gli impediscono di integrarsi fra i coetanei, ma sviluppa nel frattempo una smodata passione per il grande schermo, affascinato dalle pellicole neorealiste e western. Frequentato inizialmente il seminario, determinato a diventare prete, sceglie così di iscriversi al corso di cinematografia offerto dalla New York University e, fra le opere in 16 millimetri dirette, presenta “La grande rasatura”, apripista dei suoi futuri lavori.

LA FORMAZIONE DELLO STILE – Completato “Chi bussa alla mia porta?” (il suo primo lungometraggio, interpretato da Harvey Keitel), collabora al film-documentario “Woodstock”, nei panni di assistente alla regia e supervisore al montaggio. A portargli fortuna è il drammatico “Mean street”, girato secondo i tratti stilistici con cui diverrà grande, rappresentati dall’uso di antieroi emarginati, le riprese innovative e la fotografia cupa. Un suggestivo mix impreziosito dalla partecipazione nel cast di Robert De Niro, la prima di una lunga serie.

UNA VITA TORMENTATA – Additato dalla critica come incapace di costruire un “film di donne”, il capolavoro “Alice non abita più qui” confuta le teorie, arricchito dall’Oscar assegnato a Ellen Bustyn come miglior attrice non protagonista. Curato “Italoamericani”, una lunga intervista ai genitori sulla vita degli immigranti italiani, si dedica all’osannato “Taxi driver” (1976), storia di un reduce di guerra non più in grado di reinserirsi dopo gli orrori del Vietnam, ruolo affidato ancora a De Niro, confermato pure nel flop “New York, New York”. Se dallo smacco si riprende comunque in fretta grazie a “L’ultimo valzer” (‘docu’ sull’ultima esibizione live dei “The Band”), nella sfera privata sprofonda in una cupa depressione fino al ricovero subito per abuso di stupefacenti.

L’INTESA CON DI CAPRIO – A risollevarlo l’insperabile De Niro, che lo convince a occuparsi di “Toro scatenato”, pluripremiata autobiografia del boxer Jake La Motta. Suscitate polemiche nel ritratto umano esibito in “L’ultima tentazione di Cristo”, su commissione si cimenta in “Il colore dei soldi”, sequel de “Lo spaccone” che narra le vicende sul tavolo da biliardo dell’inedita coppia Paul Newman-Tom Cruise. Portato al successo “Quei bravi ragazzi” (1990), più avanti intraprende una redditizia partnership con Leonardo Di Caprio, che porta a “Gangs of New York”, “The Aviator”, “The Departed” e “The Wolf of Wall Street”, inframmezzato dall’altrettanto lodato “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”. Il prossimo appuntamento sarà il riadattamento del romanzo “Silenzio”, racconto di due monaci gesuiti spediti in Giappone per investigare sulle persecuzioni dei cristiani.

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