Irene Camber
Irene Camber

L’Italia vanta una grande tradizione nello sport e fra i valorosi capitani ‘azzurri’ lo scorso venerdì 12 febbraio Irene Camber, la medaglia d’oro olimpica più longeva nel panorama sportivo italiano, ha festeggiato 90 anni.

ORGOGLIO PATRIOTTICO – Indimenticabile l’impresa compiuta nel fioretto alle Olimpiadi di Helsinki 1952: “Non sento nessun peso, lo sport mi ha dato tanto; successi, certo, ma anche la possibilità di viaggiare, conoscere, vedere posti. Ho vissuto tutto senza pensieri, forse è questo che mi ha aiutato”. Successo che divenne motivo d’orgoglio per Trieste, suo luogo natio: “E’ una bellissima città, ho tanti ricordi legati all’infanzia; rimane indiscutibilmente una città particolare, che vede il mondo in una maniera diversa. Ebrei o non ebrei, siamo tutti triestini, non c’è differenza”.

EROINA NAZIONALE – Capitale finlandese a cui si ricollegano magnifici ricordi: “Al mio ritorno da Helsinki, nel 1952; raggiunsi Trieste in autobus, una città che non era italiana (lo diventerà solo nel 1955, ndA), ma ricordo il tricolore alle finestre, la coda di lambrette che mi seguivano. Io, simbolo italiano in una città che si sentiva italiana ma non lo era. Tutto questo non si può dimenticare”. A renderla celebre la scherma: “Inizialmente con mia sorella facevamo ginnastica ritmica e la mamma ci veniva a prendere; un giorno sbagliò porta ed entrò in una sala di scherma: ‘Oh che bello, ci porto mio figlio’, disse. Riccardo amava solo lo studio, ma alla fine ci iscrivemmo tutti e tre. Mia sorella durò tre mesi, mio fratello cinque anni. Io nel 1940 vinsi la prima gara; nel 1942 arrivai in finale ai campionati italiani”.

PERIODO BUIO – Tra i momenti più difficili va citata innanzitutto la guerra: Persi mio padre a 15 anni, era soldato in Albania; avevo lasciato la scherma, non c’erano gare. Mi dedicai al pianoforte, fu un periodo molto produttivo, perché la scuola era un dovere. A Trieste c’erano i bombardamenti, bisognava nascondersi in cantina; ricordo avevamo un’amica ebrea che era venuta da noi per evitare i tedeschi, che avevano base al palazzo di Giustizia, di fronte casa mia. Quando sparavano le pallottole entravano in casa…”.

ECCELLENTI MOTIVATORI – Helsinki riuscì a stupire diversi critici: “Tutti gridarono alla sorpresa, ma due mesi prima avevo già battuto l’ungherese Elek. A fine gara venne da me e mi abbracciò. Negli anni è diventata mia amica, se sono entrata nella scherma internazionale è merito suo”. Traguardo tagliato grazie al tanto sacrificio: “Il mio maestro, Carlo De Palma, uno che aveva insegnato anche in Ungheria. Io abitavo al numero uno, lui al tre. Veniva quasi a prendermi a forza per fare lezione. Per ogni atleta deve essere chiaro che è il maestro che fa l’allievo. Oggi questa idea manca, i giovani pensano solo ai soldi. Io non ho mai pensato a guadagnare tantomeno con la scherma: ho lavorato, ero laureata in fisica industriale, ho insegnato, perché come diceva mio papà nella vita bisogna meritarsi le cose”. Proprio il papà, Giulio Camber Barni, ne agevolò la maturazione: “Era avvocato, mi ricordò mi portò a Napoli ad una gara per il titolo italiano; per entrare in finale dovevo sperare che perdesse un’altra atleta. Rimasi fuori. Mi disse: ‘Ti aspettavi di entrare in finale perché un’altra doveva perdere? Le cose te le devi conquistare’. È stato un vero compagno di vita”.

FIERA DEI RISULTATI RAGGIUNTI – Carriera straordinaria che non la risparmiò da una cocente delusione: Essere stata lasciata fuori squadra nella gara contro l’Ungheria alle Olimpiadi di Roma 1960, quando conquistammo il bronzo. Sapevo di poter dare qualcosa alla squadra, mi è rimasta un po’ di amarezza: due mesi prima, a Como, avevo battuto tutte le ungheresi. Ma si vede che il ct aveva idee diverse”. Nessun rimpianto comunque: Il mio è stato un percorso ragionato. Allo sport devo grandi cose, come il viaggio che feci in Russia a Mosca e Leningrado nel 1955; già solo l’idea di andare a Mosca, in quegli anni, era surreale…”. In chiusura, spazio a un messaggio verso i giovani sportivi di oggi: “Siate onesti, cercate sempre di fare le cose per il meglio e chiedete aiuto al maestro; non ci si fa da soli, abbiamo bisogno anche degli altri, nello sport come nella vita”.