Giovanni Falcone
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Ricorre oggi il 25esimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. L’attentato è oggi comunemente conosciuto come “strage di Capaci”.

Giovanni Falcone: un segno indelebile nella storia italiana

Alle ore 17.56 minuti e 32 secondi di sabato 23 maggio 1992 un cratere si apre sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo. All’altezza dello svincolo di Capaci, 572 chili di esplosivo vengono attivati a distanza e spazzano via le tre auto su cui viaggiano il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta.

A perdere la vita, oltre al magistrato e la moglie, sono tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.  La salma del magistrato italiano venne tumulata in una tomba monumentale nel cimitero di Sant’Orsola, a Palermo. Nel giugno 2015 la salma venne poi traslata nella Chiesa di San Domenico situata nel capoluogo siciliano.

Giovanni Falcone morì 25 anni fa: il coraggio di un uomo

Chi ha avuto la possibilità di conoscere Falcone e lavorare al suo fianco ha potuto certamente apprezzare la sua determinazione. Un atteggiamento che non gli è mai mancato, anche nei momenti più diffiicli.

Nel corso della sua attività ha fatto il possibile per combattere la mafia, pur avendo pagato con la sua vita. Emblematica una sua frase: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni“.

Il magistrato era ben consapevole di essere un personaggio scomodo, ma non si è mai lasciato travolgere dalla paura. Per questo diceva: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza“.

Giovanni Falcone morì 25 anni fa: la fiction a lui dedicata

Periodicamente nei palinsesti televisivi non mancano i programmi dedicati a chi ha fatto la storia. Giovanni Falcone ne è un chiaro esempio. Nel 2006 su Raiuno è stata infatti trasmessa per la prima volta la fiction dal titolo “Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò cosa nostra”.

Il ruolo del celebre magistrato è interpretato da Massimo Dapporto. Nelle varie puntate vengono raccontati gli oltre dieci anni della lotta condotta dal giudice contro la mafia a Palermo. Si parte dal 1980, quando Falcone è da pochi mesi giudice istruttore a Palermo fino ad arrivare alla sua morte, nel 1992.

La fiction si rivela una testimonianza importante perché porta i telespettatori a riflettere sui morti più celebri per mano della mafia: da Basile a Costa, da Chinnici a Cassarà, amici e colleghi del giudice siciliano.

Giovanni Falcone morì 25 anni fa: la testimonianza del sopravvissuto

La strage di Capaci ha lasciato un segno indelebile nella storia italiana per la brutalità con cui vennero uccise le vittime. Sopravvivono all’attentato gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

Costanza, a distanza di un quarto di secolo da quella terribile giornata, ha voluto rievocare quel terribile momento che non potrà più dimenticare. L’uomo si trova sulla stessa auto del giudice, ma non al volante. A guidare, in via straordinaria, è proprio Falcone, con la moglie seduta al suo fianco.

L’attentato arriva in modo inaspettato: il magistrato, infatti, si sentiva tranquillo e spesso viaggiava a Roma senza la scorta. L’autista si è però fatto un’idea su cosa abbia spinto gli assassini a colpire quel giorno: “Falcone mi telefonò alle 7 di mattina per dirmi del suo arrivo. La scorta che rimase vittima veniva raggruppata al momento, non era dedicata, dall’84 al 91 a seguirlo costantemente siamo stati in pochi. Di solito aveva una scorta organizzata al momento con gli uomini disponibili. Ne è prova il fatto che sulla macchina sulla quale viaggiava lui non voleva forze dell’ordine: sulla sua auto non è mai salito un poliziotto. La settimana prima dell’attentato, venendo a Palermo,mi aveva fatto una comunicazione importantissima. Mi disse: “È fatta, sarò il procuratore nazionale anti mafia“. E mi invitava a prendere il brevetto di pilota perché avremmo dovuto muoverci con un piccolo elicottero, un Mosquito” – ha detto a Tgcom24.

Un nuovo ruolo che, evidentemente, non piaceva a tutti: “Falcone con la nuova carica che stava per ricoprire era pericoloso. Dopo il fallito attentato all’Addaura (il 21 giugno 1989, ndr) stava collaborando con dei magistrati elvetici e stava facendo indagini su diversi conti cifrati in Svizzera. Ritengo che l’attentato di Capaci sia stato un depistaggio per colpire l’uomo e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Il problema è allora un altro: capire di quale Mafia stiamo parlando… Hanno addossato la colpa alla delinquenza locale, hanno preso la manovalanza, ma la mente credo che si debba ancora scoprire“.

3 COMMENTS

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