Calcio scommesse: Marco Guidone “Dirty Soccer, l’inchiesta e lo spavento di quella...

Calcio scommesse: Marco Guidone “Dirty Soccer, l’inchiesta e lo spavento di quella notte”

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In esclusiva per Time Magazine, Marco Guidone, calciatore professionista, confessa per la prima volta tutta la verità sullo scandalo che lo ha coinvolto nel filone delle indagini sul calcio scommesse.

Il caso giudiziario

Marco Guidone esulta con la maglia del Santarcangelo
Marco Guidone esulta con la maglia del Santarcangelo

L’inchiesta, denominata Dirty Soccer, avviata dal Sostituto Procuratore Dr. Elio Romano della Procura della Repubblica di Catanzaro, coinvolge presidenti, manager, allenatori, calciatori e sin’anche dipendenti delle società calcistiche di serie B (l’unica società coinvolta è il Livorno che sarà poi prosciolta dal Tribunale Federale), Lega Pro e serie D, per una serie di scommesse e partite truccate. All’alba del 19 Maggio 2015, con un blitz su tutto il territorio nazionale, la Polizia arresta 50 persone tra cui quattro giocatori ed un magazziniere del Santarcangelo, la squadra romagnola che milita in serie C. Tra i giocatori finisce in carcere Marco Guidone, appena approdato nel reparto offensivo. Mentre la dirigenza prende le distanze e convoca un’apposita conferenza stampa in cui si proclama estranea ai fatti e si riserva il diritto di costituirsi parte civile per tutelare i propri interessi, Marco Guidone sarà trattenuto nel carcere di Monza per 18 giorni sino a quando Il Tribunale della libertà di Milano decide per la sua scarcerazione. Il Tribunale federale Nazionale, in data 01.02.2016,, proscioglie Marco Guidone dalle accuse ascrittegli di “associazione per delinquere finalizzata alla frode calcistica con l’aggravante di avere favorito le organizzazioni mafiose”. Sarà prosciolto il compagno di squadra Francis Obeng, mentre la giustizia sportiva penalizzerà di sei punti e con un’ammenda di 70mila euro il club romagnolo e condannerà le altre persone coinvolte a pene molto pesanti, tra cui la squalifica del giocatore Giacomo Ridolfi per otto mesi oltre una ammenda di 35mila euro, la squalifica di tre anni per l’ex difensore del Santarcangelo Garaffoni. Altre pesanti condanne sono emesse a carico delle società calcistiche di Lega Pro, tra cui L’Aquila, Savona, Sorrento, Vigor Lamezia, in attesa, a giorni, della decisione di secondo grado della Corte Federale.

Il ritorno

Marco Guidone con sua madre nel loro negozio di abbigliamento
Marco Guidone con sua madre nel loro negozio di abbigliamento

Nella conferenza stampa del 15 giugno 2015 la società romagnola comunica il rientro ufficiale in squadra di Marco Guidone che, non entrando nel merito della vicenda giudiziaria, si proclama innocente e totalmente estraneo ai fatti. “Ho solo voglia di ritornare a giocare per la salvezza della mia squadra” sono le uniche dichiarazioni della prima punta. In questo campionato Guidone parte titolare dalla prima partita e realizza quattro reti.

Il giocatore

Nel Luglio 2014, avevo intervistato per una testata sportiva il brillante attaccante di origini brianzole (Monza, 17.05.1986) in procinto del suo trasferimento al Santarcangelo, neo promossa in C unica. Entusiasmo alle stelle, seppur per la prima volta in una terra in cui non aveva mai vissuto. In oltre dieci anni di carriera, Marco Guidone ha giocato in 10 diversi club tra cui la squadra belga del Verviers. Cresciuto nelle giovanili del Monza, a 18 anni ne fa parte come titolare in C1. A 20 anni lascia, per la prima volta, Monza che non solo è la sua città d’origine dove conserva, ancora oggi, i suoi affetti familiari ma è anche la squadra in cui ha debuttato come professionista. La prima destinazione è al sud, in Calabria, nel Catanzaro. Un gran salto di qualità arriva a 24 anni quando passa dalla C2 con la Carrarese alla serie B con il Grosseto, registrando 17 presenze. Un professionista del gol che vanta la realizzazione di 90 reti.

Marco Guidone con la maglia del Monza al suo debutto come titolare
Marco Guidone con la maglia del Monza al suo debutto come titolare

All’età di 20 anni decidi di lasciare Monza per andare a giocare ad oltre mille kilometri di distanza, in Calabria, nella squadra del Catanzaro. Una scelta radicale che certamente avrà contribuito alla tua crescita personale e non solo professionale, dandoti più responsabilità, oltre che indipendenza ed autonomia. Con la famiglia così lontana, in un’età in cui si ha bisogno del sostegno e del conforto dei propri affetti, chi ti è stato accanto per darti anche un semplice consiglio?
La mia famiglia è stata e sarà sempre il mio unico punto di riferimento. Mio padre Alberto insieme a mia madre e mio fratello minore non li ho mai davvero sentiti lontani, anche quando ero molto distante come a Catanzaro. Ovvio che c’erano momenti in cui sentivo il bisogno di essere sostenuto, caricato, appoggiato anzi protetto a quell’età in cui l’inesperienza, la timidezza e la paura di non fare bene possono prendere il sopravvento. Soprattutto, poi, arrivando in piazze in cui la tifoseria non t,i conosce e, ti capita di prenderti i fischi e raccogliere sulla tua pelle tutti i malesseri dei tifosi. A Catanzaro, è stato fondamentale per me, anzi direi che è stato uno dei pochi che ha rivestito un ruolo quasi paterno, un compagno di squadra più grande di età e, quindi, più esperto. Aveva sempre le parole giuste per ricaricarmi, per farmi uscire dallo sconforto quando pensavo che i tifosi ce l’avessero con me e, a venti anni, viene difficile scrollarsi subito di dosso una sconfitta, una partita non giocata bene, quando invece vorresti dare il meglio e dimostrare quanto vali. Danilo Coppola (delegato AIC-Associazione Italiana Calciatori) è stato, negli anni in cui eravamo compagni di squadra nel Catanzaro, colui che mi è sempre stato vicino facendomi sentire la sua protezione, come un padre. Se avevo bisogno di un consiglio era sempre disponibile e posso ritenermi fortunato perché mi ha aiutato nel relazionarmi quotidianamente con i miei compagni, oltre che ad ambientarmi bene a Catanzaro.

Marco Guidone con la maglia del Grosseto
Marco Guidone con la maglia del Grosseto

Quando due anni fa ti sei trasferito al Santarcangelo, ricordo che avevi il morale alle stelle ed eri fiducioso di dare il tuo migliore contributo come professionista. Nessuno avrebbe potuto immaginare la bufera giudiziaria che ti avrebbe, poi, coinvolto. Essendo un nuovo giocatore, la società che ti conosceva poco come si è comportata durante la vicenda giudiziaria?
Posso solo confermare che tutti mi sono stati vicini, nessuno escluso, e mi sento in dovere di ringraziarli anche da queste pagine. Il direttore sportivo Paolo Bravo mi ha chiamato appena sono rientrato a casa dicendomi che mi aspettavano e che dovevo stare tranquillo perché grazie ai loro legali erano riusciti a ricostruire la vicenda e, pertanto, avevano capito come erano andate le cose e chi era immischiato. Quindi erano certi della mia innocenza per essere assolutamente estraneo ai fatti. Per me quella telefonata, appena arrivato a casa dal carcere, è stata linfa vitale perché ero terrorizzato dal non essere creduto e sostenuto proprio dalla mia società e dalla mia squadra. Uscito dal carcere ero pieno di paure, tra cui quella di non poter ritornare più a giocare a calcio, di non poter fare più quello che amo di più nella mia vita.. Abbiamo, quindi, deciso con la società di convocare una conferenza stampa, in cui ho partecipato, per dare l’annuncio ufficiale del mio ritorno nella squadra. Anche in questo campionato, la società si è comportata benissimo, perché nonostante, nei primi tempi, non mi fossi ancora ripreso psicologicamente, mi ha sempre riservato il ruolo di titolare in attacco continuando a credere in me. Sapevano anche che ero distratto per i processi pendenti, dovendo partecipare alle udienze e ad interrogatori, ma non mi hanno fatto pesare nulla di ciò anche perché ho fatto di tutto per non mancare agli allenamenti.

L’uomo

Marco Guidone con il padre Alberto
Marco Guidone con il padre Alberto

Gli attaccanti non devono solo avere doti tecniche e fisiche, ma devono essere dotati di un forte carisma in campo essendo i veri trascinatori della squadra e della tifoseria. Hanno, quasi sempre, un atteggiamento da uomini duri e spigolosi, che non fanno mai trapelare le proprie emozioni a meno che non si tratti di esultare per una rete. Provare, poi, ad entrare nella sua sfera emotiva e privata non è impresa agevole. Marco è un uomo cordiale, gentile, che sa come far sentire a suo agio il proprio interlocutore. Quando sto per chiedergli di raccontarmi come ha vissuto quei lunghi ed interminabili giorni in carcere, mi anticipa forse comprendendo la mia difficoltà di chiedere di ricordare quello che è stato il peggior incubo della sua vita. A differenza di tanti calciatori, che, spesso, si nascondono dietro alla professione non facendo trapelare nulla di privato e, direi, di umano, Marco, al contrario, non ha paura ad esprimere le sue emozioni, a svelare le paure più profonde di quei giorni, a far conoscere le sue debolezze, perché è convinto che, con il suo racconto, aiuterebbe altri nelle medesime difficoltà in cui lui si è ritrovato pochi mesi fa.
All’alba del 19 Maggio, tra le 5 e le 6, ero a Usmate, in casa di mia madre e del suo attuale compagno ( ndr i genitori di Marco sono divorziati da circa 10 anni) quando siamo stati svegliati da forti colpi alla porta d’ingresso e dal continuo suono del campanello. Sentivamo gridare “Polizia, aprite” Poiché dormivo nel piano sottostante, quando sono salito, alla vista di tutti quei poliziotti, che mi dicevano che dovevano portarmi via e che dovevo preparare i miei effetti personali, in quanto non sarei tornato a casa, ma che mi avrebbero trattenuto in carcere, credo di essermi sentito mancare. A parole non posso spiegarti bene il frastuono, il panico, la disperazione, perché li ho vissuti nella confusione più totale, senza percepirli distintamente, a tal punto che ricordo di essermi seduto sul divano perché non riuscivo minimamente a comprendere ciò che intorno stava accadendo. Con modi gentili, gli agenti mi hanno concesso un po’ di tempo ma continuavano a dirmi che dovevo essere interrogato in Questura. Sono uscito dalla mia casa con le manette ai polsi e, dopo l’interrogatorio, nel corso del quale sono stato avvisato delle ragioni dell’arresto, sono stato trasportato, alle 11 del mattino, sempre in manette, nel carcere di Monza. Da qui è iniziato il viaggio più terribile della mia vita perché durante il tragitto avevo mille pensieri nella testa, non sapevo cosa mi aspettasse, consapevole che non lo meritavo, ma l’unica cosa certa è che dovevo entrare in galera, pur non volendo.

Marco Guidone a Miami
Marco Guidone a Miami

Durante il tragitto, forse hai anche pensato alle persone che sarebbero rimaste deluse da te, iniziando dai tuoi genitori. Forse hai avuto paura che nessuno avrebbe creduto alla tua innocenza, una volta che eri in carcere?
Si, anche questa era una delle mie paure. Entrando in carcere temevo che nessuno avrebbe creduto alla mia innocenza perché per la gente, una volta che sei dentro, è come essere condannato. Quindi, non solo aver dato una delusione a chi mi stava vicino, ma soprattutto la paura di essere ritenuto responsabile di qualcosa che non avevo commesso.
Dove hai trovato la forza di reagire durante la carcerazione?
La prima settimana l’ho trascorsa rifiutando di mangiare, dormire, parlare. Non era la mia vita quotidiana e, quindi, non aveva senso fare ciò che avrei fatto normalmente. In cella eravamo in tre, inizialmente, poi sono stato trasferito in un’altra dove ho incontrato un uomo di 43 anni, il quale, da ormai 15 anni, entrava ed usciva dal carcere e me ne parlava come se fosse normale. Al di fuori di loro, dall’esterno ho visto mia madre che era stata autorizzata ad una visita settimanale. Lei è diventata il mio nutrimento, in quei lunghi 18 giorni. La prima volta che l’ho vista mi sono convinto a mostrarmi forte, sereno per non darle altra sofferenza e le dicevo che tutto andava bene. Poi mamma iniziava a raccontarmi cosa era accaduto nella prima settimana, dalle visite di amici e parenti per darle forza e sostegno alle numerose telefonate che riceveva, durante il giorno, tutti i giorni, affinchè mi portasse i messaggi di incoraggiamento a non mollare dei miei compagni e amici. Quando mia madre andava via, stavo bene per circa tre giorni, perché ripercorrevo con la mente tutto ciò che mi aveva raccontato e mi aiutava moralmente. Poi, ritornavano il buio ed il dolore, non contava nulla se non rivedere mia madre, che non solo era l’unico legame con il mondo esterno, ma il nutrimento che mi serviva per reggere alla disperazione.

Marco Guidone
Marco Guidone

Il giorno della rinascita arriva il 6 Giugno 2015, perchè il Tribunale della Libertà di Milano decide per la scarcerazione.
Un giorno indimenticabile. Tre giorni prima, mi avevano fatto visita mio padre e mia madre, che mi hanno regalato minuti di emozione unica, trasmettendomi una gran forza. Il 5 giugno mi hanno trasportato, in manette, dal carcere di Monza alla Procura di Milano dove mi aspettavano i miei legali l’Avv. Antonio De Rensis e l’Avv. Antonio De Vito, che non finirò mai di ringraziare per tutto ciò che hanno fatto per me sia dal punto di vista umano che professionale. Quella mattina non sapevo che cosa sarebbe accaduto, anzi, terminata l’udienza, avevo sperato di conoscere subito la decisione del Tribunale. Invece fui riportato in carcere a Monza. Ho passato tutta la notte sveglio sino a quando la mattina seguente la guardia carceraria mi ha prelevato e mi ha detto: “Guidone sei libero! Torni a casa”. In quel momento, sono rinato e sono scoppiato in un pianto liberatorio, come di gioia mista a rabbia. Sapevo che, pur ritornando alla mia vita, molte cose sarebbero cambiate e nulla sarebbe stato come prima.
Il giorno 7 Febbraio 2016, il Tribunale Federale nazionale ti proscioglie da tutte le accuse. Una vittoria che segna davvero la liberazione dagli incubi passati.
La più grande vittoria è stata uscirne pulito. Dagli incubi non ne sono uscito del tutto perché la mia vita è stata segnata dalla perdita della libertà, ma ancor più dalla paura di perderla per sempre. Reagire a questa paura, non è stato per nulla facile. I primi tempi facevo fatica a dormire, ad uscire, addirittura, quest’estate, non ho voluto fare un viaggio con i miei amici a Formentera. Sono rimasto a casa a Monza e ho fatto un po’ di vacanza a Milano Marittima. Ho compreso che davo troppe cose per scontate nella mia vita In realtà, ho ritrovato me stesso nelle cose più semplici. Ad esempio, quando, dopo l’estate sono ritornato a vivere a Rimini, al mattino presto mi svegliavo con la voglia di andare a passeggiare in riva al mare. Oppure appena posso corro a Monza per stare con la mia famiglia. Se ho trovato la forza di reagire è perché ho ripreso ad apprezzare ciò che è essenziale per me nella mia vita e di cui sono stato privato contro la mia volontà. Quando guardavo dalla finestra della mia cella, tre per quattro, desideravo solo riabbracciare i miei genitori e mio fratello. Desideravo essere libero anche solo per una passeggiata in riva al mare a godermi lo spettacolo del sorgere del sole. Posso dirti che mi sento davvero un uomo fortunato perché ora ho capito che ho tutto ciò che desidero. Il resto non è essenziale.

Marco Guidone
Marco Guidone

So che sei libero dal punto di vista sentimentale.
Anche sotto questo profilo, possiamo dare l’annuncio ufficiale che sono un uomo libero
Con una sonora risata, Marco aggiunge che, da tempo, non è innamorato e anche se faccio fatica a crederlo, decido di non indagare mentre, come solo una vera prima punta sa fare, riesce non solo a sfuggirmi ma anticipa la domanda seguente, come se avesse capito la successiva mossa.
Lo so, compio 30 anni il prossimo Maggio.
Ecco, appunto. Cosa desideri per i tuoi 30 anni?
Chiudere la mia carriera in bellezza.
Allora non mi resta che chiederti se tra due anni fissiamo un altro appuntamento, ti ritrovo a giocare a calcio?
Assolutamente si.

Intervista di Angie Borromeo

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